"Una ragazza che legge sa che il fallimento conduce sempre al culmine,
che tutto è destinato a finire ma che tu puoi sempre scrivere un seguito;
che puoi iniziare ancora e ancora ed essere nuovamente l’eroe.
Una ragazza che legge comprende che le persone, come i caratteri, si evolvono.
Eccetto che nella serie di Twilight.
Se trovi una ragazza che legge, tienitela stretta:lei parla come se i personaggi del libro fossero reali perché, per un po’, lo sono sempre."
Rosemarie Urquico.

lunedì 25 giugno 2012

Rebirth Dawn Capitolo XXXII

A chi c'è stata dall'inizio.
A chi si è aggiunta strada facendo.
A chi ha anche mollato ad un certo punto.
A chi ci ha creduto più di me.
A chi non mi ha abbandonata mai.
A chi ha anche cercato di fermarmi.
A chi ha amato, riso, pianto, gioito e sofferto con i personaggi come fossero amici di carne e non inchiostro.
Ogni parola di questi trentadue capitoli insieme è per voi.

XXXII

- Per sempre -

Rigagnoli di vapore si alzavano dalle tazze traboccanti caffè nero che stavo portando al tavolo, dove Ellie era seduta con gli occhi socchiusi mentre cullava distrattamente il piccolo Harry.
Aveva tagliato i lunghi capelli circa una settimana prima per questioni di comodità –avevo riso mezz’ora quando me l’aveva detto: Ellie non era pratica, era alla moda-e ora li portava raccolti sulla nuca con una cipolla sfatta da cui sfuggivano ciuffi ispidi e ribelli.
Il bel viso, una volta sempre abbronzato, era più pallido di come l'avessi mai visto e le occhiaie violacee sotto i suoi occhi di giada erano atroci da guardare: sembrava avesse preso parte ad un incontro di pugilato e subito dopo esser stata investita da uno schiacciasassi. Nemmeno Edward, quando l’avevo raggiunto a Volterra per salvarlo da una morte ingiustificata, era ridotto così.
Mi sedetti di fronte a lei e le porsi il caffè, scuotendola appena per un braccio.
< Grazie, Belle, ma penso che l’unica cosa che sortirebbe un qualche effetto sarebbe un barile di caffeina sparato in endovena. Questa tazza mi farà il solletico… > sbadigliò, coprendosi la bocca con la mano e bevve una generosa sorsata, imprecando poi per essersi scottata la lingua.
< Che silenzio che c’è qui, dove sono i gemelli? > chiese dopo un po’,guardandosi attorno alla ricerca di un segno della presenza dei miei bambini.
Si soffermò con un sorriso stanco sulle bambole sedute sul divano e le macchinine poste in ordine meticoloso sul camino e poi si tolse un ciuffo troppo corto dal naso, che però ricadde nello stesso punto.
< Sono con Jake e Quil a pesca. Ephram ha promesso di portare un pesce grosso così > allargai le braccia come aveva fatto il mio cucciolo quella mattina, saltando sul letto entusiasta < da fare al forno per cena. >
Ellie sorrise di nuovo, con un po' più di vigore, e spostò la testa di suo figlio sulla spalla, continuando a cullarlo perché rimanesse addormentato.
< Sue quando torna? > le chiesi, giocherellando col bordo della mia tazza di caffè.
< La settimana prossima, PURTROPPO. Senza di lei, Harry è ingestibile. Non fa che piangere tutta la notte e non serve a niente dargli da mangiare, cambiargli il pannolino, fargli massaggini sul pancino o portarlo a spasso. Guarda come sono ridotta, Belle. Sono una madre incapace! > piagnucolò, strofinandosi gli occhi con un pugno chiuso.
Mi alzai e andai ad abbracciarla da dietro, stando ben attenta a non svegliare il piccolo.
< Smettila, Ellie. Sei solo stressata perché tuo figlio, come tutti i bambini, non ne vuole sapere di dormire la notte. Non è la fine del mondo, sai? E’ una fase, prima o poi passa. > cercai di rassicurarla, ma lei sbuffò sonoramente.
< Parli come il manuale che avevo regalato io a te e che tu mi hai rifilato il mese scorso non appena ho partorito. E’ facile fare la filosofa quando si sono già superati gli ostacoli maggiori! Tu avevi due angeli! >
< Sì, ma erano due, per l’appunto e, fidati, gli ostacoli non te li lasci mai alle spalle. Non sarò più nella fase “pappette, pannolini e notti in bianco” ma sono in quella dei “perché”. Elizabeth mi riempie la testa tutto il giorno di mille interrogativi, anche assurdi, su quel che vede e sente. Ieri ha voluto che le spiegassi come nascono i bambini. >
Ellie scoppiò a ridere e Harry si mosse infastidito sulla sua spalla, infilandosi un pugnetto in bocca.
< E cosa le hai detto? Quando succederà a me, scaricherò l’arduo compito su Seth, ho già deciso. > affermò sicura, finendo di bere il suo caffè ormai freddo con una smorfia.
Stavolta fui io a ridere, tornando al mio posto di fronte a lei.
< Che c’è? > domandò curiosa, sporgendosi sul tavolo, gli occhi verdi di nuovo brillanti e vispi ed un po’ più di colore sulle guance.
< Io ho fatto lo stesso: ho chiamato Jacob, l’ho fatto sedere sul divano, sotto l’inquisizione di sua figlia, e li ho lasciati soli. >
La mia amica soffocò a stento una risata contro le dita della mano sinistra, sul cui anulare svettava una fascia dorata, liscia e semplice.
Lei e Seth si erano sposati l’anno prima tra lo stupore generale e dei preparativi lampo, per evitare che la sposa cambiasse idea all’ultimo.
Per quanto lo ritenessi impossibile, lui era riuscito a strapparle un sì senza l’ausilio dell’alcol o di una giornata sfrenata di shopping.
Ellie mi aveva raccontato che erano a First Beach, stavano rincorrendosi sulla sabbia e poi lui l’aveva afferrata e le aveva fatto la fatidica proposta con una faccia concentrata e seria, che l’aveva atterrita. In risposta, lei prima lo aveva buttato in acqua e, solo in seguito, aveva acconsentito.
Harry era nato dieci mesi dopo le nozze, concepito in una luna di miele che la mia amica aveva voluto spendere in una crociera sul Mediterraneo.
< Hai sul serio lasciato che fosse un uomo a parlare del modo in cui nascono i bambini a tua figlia? Loro, i maschi, non hanno idea di cosa significa portarseli in grembo nove mesi, avere le caviglie gonfie, perenne voglia di cibo, insonnia, nausea… >
< Ellie, sono tornata a controllarli dopo mezz’ora: Jake era bianco come la tua maglietta, sudava e aveva davanti a sé dei fogli su cui aveva cercato–credo- di disegnare un’improbabile cicogna e poi una pianta di cavolo. Sul retro c'erano anche una banana, una mela, una freccia a cui seguiva un’anguria ed in ultimo uno stickman che penso, nella sua mente contorta, simboleggiasse il bambino. >
La mia amica mi porse suo figlio sopra il tavolo e poi corse in bagno, dove la sentii sputare una risata epica, attraverso la porta chiusa per non svegliare Harry.
Rimase barricata lì dentro a sghignazzare alle spalle di mio marito per un paio di minuti buoni, mentre io accarezzavo il visino serafico di mio nipote con affetto ed orgoglio.
E pensare che quando Ellie aveva scoperto di essere incinta, per qualche tempo, era stata lacerata dal dubbio di tenerlo o meno…
Senza avvisare né me né Seth era tornata a Jacksonville da Lilian e si era trincerata nella sua stanza senza mangiare e dormire. Sua madre, alla fine, spaventata da quell’insolito atteggiamento della figlia, mi aveva chiamata ed io ero volata da lei per darle sostegno.
Jacob mi aveva raccontato che in quei giorni di solitudine, Seth era quasi impazzito.
Credeva che Ellie volesse il divorzio, che avesse un altro o che addirittura avesse saputo di avere un tumore e stesse per morire.
Leah lo strigliò a dovere e poi partì d'improvviso, quasi senza salutare, proprio mentre io e la mia migliore amica tornavamo a casa con una lieta notizia per tutti:
si era iscritta ad un’università Inglese e tornava a casa per le feste più importanti con un broncio sempre più opaco e l'ombra di un sorriso a sostituire la sua vecchia e onnipresente espressione acida.
Non raccontava mai della vita che conduceva oltreoceano o delle conoscenze che aveva fatto e nessuno chiedeva troppo insistentemente.
Quella nuova Leah piaceva di più a tutti, in particolar modo a Sam, che adesso si godeva i suoi quattro pargoli sfornati in rapida successione senza più sensi di colpa a gravargli sullo stomaco.
Ellie riemerse dal bagno prendendo generose sorsate d'aria e sventolandosi le guance rosse con una mano.
< Belle, grazie. > disse, schioccandomi un bacio rumoroso e riprendendo tra le braccia Harry.
Mi strinsi nelle spalle e minimizzai: < Se vuoi ho altre decine di aneddoti simili. E poi credevo che avessimo superato da un po' la fase dei ringraziamenti e delle scuse. >
Da un bel po', in effetti.
Da anni, che io avevo impiegato migliorando come amica, donna e madre.
Non finivo mai di imparare, ma apprendere mi era sempre piaciuto e guardare con occhi curiosi il mondo era una delle cose che mi erano sempre riuscite meglio; diventare una ricercatrice, quindi, era stata una scelta quasi obbligata.
Per tutto il tempo che mi ci era voluto per laurearmi ero stata madre a tempo piano durante il giorno e zombie divoratrice di manuali e tomi di biologia, fisica e chimica di notte.
< Avevo proprio bisogno di farmi una risata: ho così tanta tensione e stanchezza nelle vene che se non fossi riuscita a espellerla in qualche modo sarei esplosa. Proprio: BOOOOOOOM. > gonfiò le guance fino all'inverosimile e poi rilasciò l'aria sonoramente.
< Non avrei invidiato Seth se fosse successo. > commentai io, guardando Ellie tornare a sedersi di fronte a me.
Mi sorrise con un calore pari a quello del tiepido raggio di sole che filtrava dalle tende della finestrella della cucina e per un po' rimanemmo in silenzio entrambe.
Non perchè non ci fosse niente da dire, ma perchè col tempo avevamo imparato entrambe a fare a meno delle parole.
Mi alzai e rovesciai nel lavandino quel che restava del mio caffè e proprio allora il bisbiglio di Ellie mi colse di schiena, un po' impreparata.
Un colpo impercettibile, che si disperse fra le costole fino a sfiorare una porzione di cuore in cui ora dimoravano solo ragnatele e ingranaggi arrugginiti.
Non servivano più, non da quando c'era stato lo scontro con i Volturi.
< E' oggi, vero Belle? >
< Sì. Un altro anno. > risposi, sfiorando sovrappensiero la piccola fiala di vetro che non avevo tolto mai da quando Alice me l'aveva donata.
Jake aveva trovato il suo regalo un po' macabro e si era spesso lamentato, quando facevamo l'amore, del fatto che si sentiva spiato e violato nella sua intimità, però non mi aveva mai imposto di abbandonarla nel portagioie.
Forse sapeva che avevo bisogno di qualcosa a cui aggrapparmi, quando i sensi di colpa tornavano alla carica come tori inferociti alla vista del rosso e lui non era nei paraggi per sostenermi, o forse aveva soltanto accettato che un pezzo di me era morto con Edward, quel giorno nella radura.
< Sei già stata da lui? > continuò Ellie, con un pizzico di apprensione nella voce.
< Sì. Non preoccuparti, sto bene. > dissi, ed era vero.
Avevo imparato a convivere col tempo con la sua assenza, c'ero scesa a patti già quando lo avevo abbandonato all'altare.
Avevo dovuto scegliere e capire di chi potevo fare a meno nella mia vita, per quanto a volte il dolore fosse insopportabile. Ed avevo scelto di rinunciare a Edward, all'eclissi.
Quella non faceva vivere, il sole sì.
< Mamma, mamma! > Elizabeth entrò in casa spalancando la porta.
Corse alle mie gambe e abbracciò le mie cosce, saltellando sul posto, con i boccoli d'ebano che le rimbalzavano sulle spalle.
Mi chinai alla sua altezza col sorriso più grande che riuscii a trovare.
< Ho preso più pesci di Ham! > esclamò orgogliosa, con gli occhi scuri che brillavano come stelle nere.
< Davvero? >
< No! E' una bugiardosa, lei! Io ne ho presi ventisettanta! > Ephram -o Ham, come lo chiamava la gemella, ridendo ogni volta del significato letterale di quel nomignolo- si precipitò al fianco della sorella e le diede una gomitata, col faccino offeso.
Il mio cucciolo, oltre alla fisionomia, aveva ereditato dal padre anche la scarsa predisposizione alle materie scientifiche.
Imparare le tabelline, già me lo immaginavo, sarebbe stata un'impresa titanica.
< Ventisette, semmai, testa di cocco. > lo rimbeccò Elizabeth, usando l'insulto che Paul aveva sputato un paio di giorni prima, correggendosi all'ultimo.
< Ventisette pesci? > sgranai gli occhi e feci per replicare, ma la risata di Jacob mi zittì.
Entrò in casa con la solita faccia di bronzo, le canne da pesca appoggiate alla spalla sinistra e un secchio che gocciolava in mano.
Era di una bellezza abbagliante, disarmante, ed io ero patetica a trovarlo più affascinante ogni volta che lo guardavo.
< Ventisette secondo il "Quil-mometro". Ogni trota più lunga di venti centimetri valeva per due, quelle che superavano i quaranta addirittura facevano per quattro. > mi spiegò, accennando un saluto col mento ad Ellie e avvicinandomisi per baciarmi.
< Ciao. > lo accolsi in un abbraccio e fu come se il pezzo, che non mi ero
accorta mancasse al mio corpo, venisse ricollocato al posto giusto.
< Ciao, Bells. >
E in quel saluto c'era ogni singola sfaccettatura del nostro amore.
Udirlo era come tornare a casa tutte le volte.

< E poi zio Quil è scivolato sul fango ed è caduto di schiena... >
< Bells, ho fatto un cambio turno con Embry: lui deve accompagnare Brianna non ricordo a fare che tipo di visita. Annie ha lezione e non può farlo... >
< Mamma, domani dopo la scuola posso andare da zia Rachel? Sarah mi ha invitato a giocare... >
< ...e la trota che aveva in mano gli è atterrata in faccia! Uno spasso, mami! Avresti dovuto esserci. La prossima volta vieni anche tu? >
< ...perciò in officina domani ci sto io, mentre Embry và al posto mio mercoledì. Ti va bene? >
< ...dice che zio Paul le ha comprato la nuova Barbie, quella che cucina e porta a spasso i cani! >
Continuai a strofinare i piatti con i rimasugli delle verdure lasciate da Ephram e annuii, rispondendo a tutte e tre le domande che avevo ricevuto insieme.
Se c'era una cosa che avevo imparato, da quando ero sposata e i miei bambini avevano cominciato a parlare, era che il silenzio era un lusso che potevo concedermi solo quando i gemelli erano a scuola e Jake a lavoro.
Mio marito aveva trasmesso ai nostri bambini sia il gene di lupo -al momento ancora inattivo e speravo che tale rimanesse a lungo- che quello della logorrea.
Ed io, di rilesso, ero diventata non solo una grande ascoltatrice, ma anche "multitasking" -per dirlo alla Kim che si era laureata in ingegneria informatica-, il che più o meno significava che sapevo fare più cose contemporaneamente.
< Marmocchi, è ora di andare a letto, su! > Jacob si alzò dalla sedia e si caricò Ephram sulle spalle come un sacco.
Il piccolo rideva e sgambettava, cercando di acciuffare le trecce della sorellina.
< Ma è presto, papi! Ci sono i cartoni animati! > protestò tirando un orecchio a Jake.
Lui mi si avvicinò e mi baciò il collo, dandomi a intendere quali erano i suoi programmi.
Sorrisi e riposi gli ultimi due bicchieri nella credenza, mentre Elizabeth mi mostrava il suo ennesimo dente ballerino.
< Non fare storie, mostriciattolo. Non vuoi vedermi arrabbiato, vero? > Jacob ringhiò e Ephram sbiancò appena.
< No, no! Di corsa a letto! > allungò l'indice verso la sua cameretta come un capitano indica la direzione da prendere alla sua ciurma.
< Mamma, ci leggi una fiaba della buonanotte, però? > domandò mia figlia facendomi gli occhi dolci.
Anche quello era opera di Jacob: aveva insegnato ai bambini come rendermi malleabile-come se già non lo fossi abbastanza, visto quanto li amavo- quasi prima che a camminare.
< Va bene. Filate a mettervi il pigiama e a lavarvi i denti. Io arrivo subito. >
I gemelli sfrecciarono al bagno, spintonandosi e urlando e poi udii lo scroscio dell'acqua del lavandino e Ephram che si lamentava del dentifricio alla fragola: era un ometto, lui, e pretendeva la menta.
Presi una pezza umida e la usai per togliere le briciole dal tavolo sgombro, quando Jake mi tirò per un gomito e mi strinse.
< Non te l'hanno mai detto che se si trascura il proprio uomo potrebbe diventare di un'altra? > sussurrò con l'angolo destro della bocca tirato verso l'alto.
Gli pizzicai una guancia, scuotendo la testa.
< Ha ragione Ellie: ho tre figli, non due. Sei capriccioso, Jacob Black, e pretendi sempre troppe attenzioni. Ti tolgo tre anni. >
Scoppiò in una di quelle risate che erano capaci di ingrossarmi il cuore di due taglie. Il mio petto, quando Jake rideva, era sempre sul punto di scoppiare verso l'esterno.
Lui mi prese il mento fra due dita e me lo alzò, chinandosi poi per reclamare un bacio impetuoso e dolce allo stesso tempo.
Mi cadde la pezza dalle mani quando lui mi sollevò e mi fece sedere sul tavolo, quasi dimenticandosi dei bambini che schiamazzavano in bagno; probabilmente avevano di nuovo riempito il lavandino fino all'orlo perchè non riuscivano mai a togliere il tappo.
Quando si staccò aveva la faccia di uno che aveva appena vinto un terno al lotto.
< Direi che con questo bacio mi sono ripreso gli anni che mi avevi tolto... e tu ne hai persi almeno il doppio, visto che arrossisci ancora come un'adolescente, Bells. >
Gli feci una linguaccia e il suo sorriso si allargò ancora.
< Altri due in meno per... >
< Oh, sta’ zitto oppure domani ti mando a lavoro senza il pranzo. >
Era la minaccia più efficace che conoscessi: quella di mandarlo in bianco, avevo scoperto a mie spese, si ritorceva contro di me.
Non ero molto brava a resistere nel letto matrimoniale vuoto e alla fine ero proprio io la prima a cedere, ad andarlo a ripescare sul divano e a riportarlo nella nostra stanza seminando i vestiti lungo il tragitto.
Jacob fece per replicare, ma l'urlo di Ephram coprì la sua risposta.
< MAMMIIIIIINAAAAAA, NOI SIAMO A LETTO! >
Mi avviai verso la cameretta dei gemelli e mio marito mi seguì, facendo una vocetta infantile.
< Posso venire a sentire anche io la favola? Faccio il bravo, prometto. >
Alzai gli occhi al cielo.
Elizabeth ed Ephram erano nei loro lettini con le coperte fino al naso.
Sgambettavano impazienti sotto i piumoni e avevano lasciato l'abat-jour a forma di pesce accesa.
Il libro della Bella e la Bestia era aperto alla pagina in cui mi ero interrotta la volta precedente.
Jake si mise seduto a terra di fronte a me, nello spazio vuoto tra i letti dei bambini e mi fissò a lungo, curioso, mentre io mi accomodavo sulla sediolina di plastica rossa e iniziavo a leggere.
< "Finalmente la Bestia socchiuse gli occhi e quando vide Bella, tentò di sorriderle. - Bella, quanto mi hai fatto aspettare! - disse con n filo di voce. - Credevo che non saresti ritornata e non volevo più vivere. Mi uccideva il dolore di averti perduta per sempre: ma ora che ti vedo posso morire contento. - Bella scoppiò in singhiozzi. - No, cara Bestia, non morire, altrimenti morirò anch'io! Non saprei vivere senza di te.- gridò fra le lacrime. - Come farò, se tu mi abbandoni? Come potrò vivere, senza la mia cara Bestia? Guarisci, guarisci in fretta perché io voglio sposarti, e rimanere con te per sempre! - >
< Mamma? > Elizabeth mi interruppe, mettendosi seduta tra le lenzuola, i capelli arruffati intorno al faccino assonnato.
Si stropicciò gli occhi e cercò con lo sguardo il suo peluche a forma di lupo che le aveva regalato nonno Charlie: senza non dormiva.
< Sì, tesoro? >
< Ma quanto è lungo "per sempre"? > domandò con lo sguardo illuminato di vivace interesse.
Jacob diceva sempre che nostra figlia aveva ereditato da me la curiosità e la meraviglia con cui guardava le cose che la circondavano.
Fissai Jake con un sorriso e lui mi restituì l'occhiata, alzando le spalle come a dire < Eh no, stavolta rispondi tu. Io ho già dato. >
Cercai le parole giuste, una definizione che non fosse troppo da dizionario e l'aiutasse a capire, ma non era facile.
In fondo...quanto durava davvero un "per sempre" ?
Decenni? Secoli?
L'esistenza di un vampiro, di un licantropo che non rinunciava alla trasformazione -il contrario di quanto aveva fatto mio marito, sei mesi dopo lo scontro con i Volturi -.
Ma i miei bambini erano estranei al mondo sovrannaturale: gli avevo raccontato le avventure mie e di Jacob mascherandole con le fiabe e volevo che continuassero a credere che fossero tali il più a lungo possibile, perciò che estensione temporale potevo usare?
Anche perchè, in fondo, persino la vita di un vampiro e di un licantropo poteva volgere al termine...
Pensai ad Edward, all'ultima volta che avevo chiamato disperatamente il suo nome e lui era stato fatto letteralmente a pezzi; alla volta precedente in cui l'avevo ucciso io stessa, scappando dall'altare nel pieno svolgimento delle nozze; a quando avevo devastato anche colui che ora mostrava orgoglioso una vera d'oro bianco all'anulare sinistro facendolo svegliare solo in un letto sfatto e, in seguito, facendogli apprendere di essere divenuto padre per vie traverse e inadeguate.
Pensai agli attimi eterni nella radura con Edward, a quelli nel garage di Jake a riparare moto e mangiare pizze con la mozzarella fredda, alle confessioni tra le lacrime a Ellie, ai primi vagiti dei miei cuccioli, agli abbracci di mia madre e ai silenzi di mio padre, alle conclusioni cruente delle secolari esistenze dei Volturi, alla morte imprevista di Brady, a quel "sì" gonfio di lacrime di gioia indossando un vestito bianco e delle scarpe da ginnastica e infine, con un sospiro, risposi a mia figlia.
< A volte solo un secondo. >

A Emi.
A Momi.
A Ellina.
A Vì.
A Ania.
A Steffy.
A Teresa.
A Silvia B.
A Silvia S.
A Irene.
A Cate.
A Erica.
A Angela.
A Chu.
A Maria.
A Sandra.
A Michela.
A Rita.
A Ornella.
A Elena/Giulia.
A Ginevra.
A Federica.
Perchè soltanto GRAZIE non sarebbe mai abbastanza.

1 commenti:

Irene Rossi ha detto...

"Quanto è lungo "per sempre"?
A volte solo un secondo."
<3 ma che meraviglia <3 bells e jake sono l'amore vero quell'amore che ti fa bene <3 ma della tua storia mi è piaciuto moltissimo anche il fatto che non ti sia dimenticata dell'amore che c'è stato con Edward.......anche se mi ha sempre fatto storcere il naso c'è sempre stato ed è giustissimo averlo reso importante come infatti hai fattio <3 BRAVA <3 che tristezza però..... quindi basta......è finito......... =( comunque degno finale è per la tua bellissima storia <3 che dirti di più????intanto grazie x la dedica <3 _________ <3 e poi ancora tanti complimenti <3 ti mando un bacione immenso e un abbraccio <3

Posta un commento