"Una ragazza che legge sa che il fallimento conduce sempre al culmine,
che tutto è destinato a finire ma che tu puoi sempre scrivere un seguito;
che puoi iniziare ancora e ancora ed essere nuovamente l’eroe.
Una ragazza che legge comprende che le persone, come i caratteri, si evolvono.
Eccetto che nella serie di Twilight.
Se trovi una ragazza che legge, tienitela stretta:lei parla come se i personaggi del libro fossero reali perché, per un po’, lo sono sempre."
Rosemarie Urquico.

venerdì 6 luglio 2012

Rebirth Dawn Capitolo XXV

XXV
- Tempo -

Respirava.
Ansimava.
Si muoveva a scatti irregolari, con battiti affaticati.
Singhiozzava quando mi scivolava davanti, attirando la mia attenzione, ma mi sorpassava poi veloce.
Alle volte s'accucciava in un angolo e mi osservava curioso. Silenzioso.
Spesso m'accorgevo del suo sguardo insistente e lo sfioravo teneramente.
Solitamente, però, mi dimenticavo della sua presenza ed allora correva via.
Scappava flessuoso, inconsistente e nero come un'ombra.
Lontano da me, il più lontano possibile.
Scuro, umido e beffardo.
Goccia a goccia succhiava via un po' della mia vita per punirmi dell'attenzione che non gli davo.
In modo sciocco e infantile avevo creduto che ignorandolo, pian piano, mi sarei assuefatta al suo ritmo.
Prima o poi, mi dicevo, sarei riuscita a tenere il suo passo e a chiedergli scusa, esigendo in cambio ciò che mi aveva sottratto.
Non ne ero mai stata in grado ed ora lo guardavo stremata, ferma ed immobile in un punto imprecisato della mia esistenza.
Non vedevo altro che la sua scia colorata davanti a me.
Di lui, del tempo, del MIO tempo, però, non c'era più traccia ormai.

***



Io ed il tempo non eravamo mai stati buoni amici.
Non eravamo mai andati pienamente d’accordo; continuamente discutevamo, avendo opinioni diverse, pensieri contrapposti, direzioni interscambiabili.
Io a ritroso. Sempre.
Lui proteso al futuro. Sempre.
L’unico modo che avevamo di sopportare l’uno la presenza dell’altro era fingere disinteresse.
Io lasciavo che lui scorresse placido, quieto, senza provare a fermarlo.
Sarebbe stato un inutile spreco di energie e già ne conservavo poche nel mio stremato corpo umano.
Così, mentre lui proseguiva sinuoso e inesorabile, strappando con denti aguzzi fogli al mio calendario, io riempivo le giornate ammassandoci dentro gesti e azioni da automa che poi faticavo a ricordare.
Il corpo si muoveva, la testa rimaneva inchiodata da tutt’altra parte.
Il passato era il mio rifugio.
Un buio costellato di stelle luminose ma lontane. Inafferrabili. Inavvicinabili. Come il sorriso di Jake.
In quei mesi di solitudine avevo avuto un sacco di tempo libero che non non avevo saputo impiegare, tuttavia, nel momento del bisogno, mi ritrovavo sempre con l’acqua alla gola, di corsa.
Io, la fedele seguace dell’ultimo istante.
Attendevo la sera per trarre le somme e catalogare le ore trascorse come indicibilmente belle oppure tristemente orrende.
Tutte, comunque, tremendamente vuote, cementificate nel nulla.
< Ma dove diavolo è ‘sto posto? Nel nulla? > Ellie sbuffò, sterzando bruscamente per seguire la macchina guidata da Jacob che ci precedeva.
Attorno a noi, ammantati di nebbia, c’erano solo cespugli bruciati dal gelo o dal sole arido e alberi spogli.
Ogni tanto riuscivamo ad intravedere qualche ciuffo d’erba verde, ma era una rarità.
Rare, anche, erano state le volte in cui mi ero svegliata sorridendo –eppure ogni tanto era accaduto-.
Illudevo me stessa di non essermi destata dal mio sogno, di essere ancora tra le braccia dell’uomo che amavo, che mi accarezzava i capelli e prendeva in giro per i discorsi insensati che avevo fatto nel sonno.
Trattenevo ad occhi serrati quell’immagine, ma non era mai sufficiente.
Il mio tempo era stato cosparso di attimi fuggenti di felicità, che però odiavano la mia compagnia.
< Senti un po’...com’è la famiglia di Seth? Perchè sai...uhm...io...hai capito, no? > Ellie e le frasi smozzicate erano un’accoppiata bizzarra.
Un po’ come il gelato su un pezzo di pizza con la mozzarella filante.
Quanto balbettava a quel modo significava che l’argomento non solo la imbarazzava ma le stava persino a cuore.
-Ti stai sciogliendo, mia cara regina di ghiaccio?-
< Sua madre è un tesoro. La adorerai, lei e le sue torte di mele. Sua sorella, invece, beh...lo vedrai tu stessa. Magari le stai più simpatica di me. > risposi laconica, gettando uno sguardo al sedile posteriore, dove i miei bambini dormivano sereni.
Mi sembrava che tutto il mio tempo –il passato, il presente ed il futuro stesso- si fosse concentrato in loro.
Sbadigliavano ed io riuscivo a far entrare un po’ d’aria nei polmoni asciutti.
Sorridevano ed il mio cuore batteva. Un battito alla volta, per non rischiare di sprecare quei pochi che mi erano rimasti.
Ero l’esempio peggiore di essere umano, di futuro vampiro e persino donna lupo che fosse mai esistito.
Rotta irreparabilmente. Malfunzionante. Difettosa.
Avevo sempre bisogno di qualcuno a cui sottrarre ossigeno e stillare sangue per sopravvivere.
Parassita, incapace di recitare decentemente anche uno solo dei ruoli che durante i miei quasi vent’anni di vita mi erano stati propinati: bambina, donna, figlia, fidanzata, moglie e madre.
Un fallimento totale. Una disfatta su tutta la linea di difesa.
Ellie sterzò di colpo e fece un’inversione ad U tremenda, facendo stridere le gomme sulla ghiaia sparsa a terra come manciate di sale grosso.
Infilai le unghie nel sedile e quasi mi strozzai con la cintura di sicurezza.
Ephram ed Elizabeth si svegliarono di sprassalto, strillando e singhiozzando.
< Ma che diavolo fai? > apostrofai la mia amica, strattonandole un braccio.
Lei spense la macchina e battè la testa sul volante un paio di volte prima di decidersi a rispondermi.
< Perchè non mi hai dato uno schiaffo? Due, tre, quanti volevi. Non mi sarei difesa, giuro! > singhiozzò in modo teatrale e poi sospirò. < Sono un’imbecille! Sto andando a conoscere la famiglia di Seth, Belle! > mi spiegò con voce stridula.
Inarcai un sopracciglio, senza riuscire a vedere il problema dietro quella frase.
Ciò che per lei era evidente, a me sfuggiva sempre.
< Mi sto accasando! > e fece suonare quella parola come una bestemmia.
Soffocai una risata in un colpo di tosse e le accarezzai la testa.
< Ellie, fai un respiro. Anzi, una decina. Non è così tragico come sembra. >
Sollevò appena il capo, scettica.
< Dici? Trovami il lato positivo della faccenda perchè io non lo vedo. >
< Uhm... puoi usare illimitatamente le tue tredici carte di credito senza che Lilian  te le possa togliere. >
< Me le blocca con uno schiocco di dita andando in banca e comunque non ci sono centri commerciali a Forks. Ho già chiesto a Seth. >
< Non devi frequentare le lezioni del college per un po’. >
< Infatti mi tocca stare a casa Clearwater a tentare di socializzare con...con... > gonfiò le guance e rilasciò l’aria imitando un palloncino sgonfio.
Era buffa da morire.
Sghignazzai e le sbattei in faccia quei due termini che la terrorizzavano senza tanti complimenti.
Una volta tanto ero io a stuzzicare lei, a psicoanalizzarla e a esorcizzare i suoi demoni, che sembravano avere il volto di Sue e Leah.
Era divertente e mi faceva sentire meno inutile: un’amica un pizzico migliore.
< Con la tua futura suocera e futura cognata, volevi dire? >
Ellie mi rifilò un’occhiata glaciale ed io mi morsi l’interno delle guance per non ridere ancora.
Le sue dita tremavano sul volante. Era davvero terrorizzata.
< Potrai stare vicino a Seth e darti alla pazza gio... >
< Tra una ronda e l’altra, con la madre e la sorella nella stanza accanto, certo! Come no! Ma per piacere, Belle! Ho fatto una stronzata immane! Adesso giro la macchina e torno indietro e tu con me, così scampiamo pure all’esercito di vampiri e al fucile di Charlie, che t’ammazza prima di sicuro! >
Girò la chiave nel quadro, poi sollevò lo sguardo e notò che Jacob e Seth ci avevano raggiunto. Sedevano comodamente sul cofano dell’auto e ci fissavano con un sorriso leggero dipinto sulle labbra.
Ellie si attaccò al clacson e brontolò scocciata.
Io mi voltai per calmare i miei bambini e dopo pochi attimi lo sportello posteriore si aprì e Jake prese entrambi i seggiolini senza sforzo, dirigendosi verso l’altra vettura.
Le avevamo noleggiate entrambe all’ereoporto di Seattle per giungere fino a Forks che, piccola com’era, di certo non poteva averne uno suo.
La mia amica mi si agganciò alla maglietta, continuando a fissare il parabrezza con la stessa espressione che avrebbe avuto davanti ad un fantasma urlante.
< Non ti azzardare a lasciarmi da sola con LUI. > sibilò, cercando –inutilmente- di sfuggire all’udito da licantropo di Seth.
< Mi stai bloccando la circolazione! > mi lamentai, ma lei non accennava ad allentare la presa.
Sospirai, la abbracciai e la cullai come una bambina svegliatasi in piena notte per colpa di un incubo.
Tra le mie dita sembrava infinitamente fragile.
< E’ un lupo, non te lo scordare! Potrebbe azzannarmi o sfigurarmi o... >
- Dov’è finito il tuo autocontrollo, miss
-sono-la-ragazza-di-un-superfigo-che-diventa-lupo ? -
Sorrisi, vedendo finalmente emergere le sue reazioni umane.
Aveva preso fin troppo bene la notizia della seconda natura di Seth e, conoscendola, avrei dovuto aspettarmi un attacco d’isterismo come quello, più che giustificato oltretutto.
Ellie era il tipo di persona che mostrava sempre e solo la corazza, nascondendo ad occhi indiscreti la sua parte debole.
Tirava fuori un sorriso disarmante e, nel frattempo, s’imbeveva della preoccupazione, dell’ansia e dell’angoscia altrui come fosse sua, crepando le sue difese poco a poco.
Forte all’esterno, impaurita e tremante all’interno.
Come avevo potuto pensare di appoggiarmi ancora a lei?
Era allo stremo ed io continuavo ad approfittarmene, incurante e egoista.
Quando avrei trovato la forza per essere io l’appiglio nel mare in tempesta e reggere lei a galla?
Quando avrei smesso di anteporre la mia sofferenza a quella degli altri?
Aprii bocca per tranquillizzarla, ma Seth mi precedette: scivolò davanti lo sportello della mia migliore amica fugace e lo aprì di colpo, caricandosela in spalla.
Ellie, dapprima stupita e imbambolata, iniziò a gridare e a scalciare, dimenandosi tra le mani grandi di lui.
< Mettimi giù! Mettimi giù o ti stacco a morsi le p... >
< Bells, andiamo dai. Lasciamoli soli. > le parole di Jacob censurarono le minacce di Ellie.
Sollevai gli occhi sulla sua figura imponente e sentii il cuore liquefarsi alla vista della sua mano tesa verso di me.
Il suo bacio di punizione ancora mi bruciava sulle labbra, ma quelle dita schiuse erano troppo invitanti per poterle ignorare.
Gettai un’ultima occhiata a Seth, che aveva intrappolato Ellie tra lui ed un albero e le parlava fitto all’orecchio, e poi mi lasciai guidare verso l’altra macchina, stringendo più che potevo la mano di Jake.
Era il primo vero contatto che avevamo da quando era tornato. Non era un semplice sfiorarsi per caso passando il biberon dei gemelli; era una presa salda e inscindibile.
Erano dita intrecciate da un bisogno disperato. Un aggrapparsi l’uno all’altra per non cadere, per non perdersi ancora.
Per non perdersi più.
I gemelli continuavano a singhiozzare, intrappolati nei seggiolini.
Io e Jacob ci scambiammo un’occhiata d’intesa e, sospirando, ne prendemmo in braccio uno a testa fino a farli calmare.
Era strano cullare i nostri figli insieme, strano ma bello. Giusto.
Come avrebbe sempre dovuto essere.
Jake era nato per fare il padre ed io gliene avevo quasi tolto la possibilità.
< Ha la tua bocca. > sussurrò dopo qualche istante, fissando Elizabeth che gli stringeva l’indice.
< Giusto quella. Il resto è tuo. > risposi in un soffio, cercando di non commuovermi.
Da dove veniva tutta quella dolcezza?
Che fine aveva fatto il suo lato stronzo? Era in agguato, lo sentivo, ma sperai che riuscisse a tenerlo a bada un altro po’.
Ephram si addormentò tra le mie braccia un paio di minuti più tardi.
Badando a non svegliarlo, lo rimisi nel seggiolino, imitata poi da Jake.
Il viaggio doveva aver stancato anche loro, visto quanto solitamente impiegassi per farli appisolare.
Guardai ancora verso Seth ed Ellie e vidi che stavano tornando alla macchina mano nella mano.
Chissà che diavolo si erano detti.
< Sali, dai. > m’invitò Jacob, avviando il motore.
Rigida, mi accomodai sul sedile del passeggero, badando a non toccarlo.
Avevo paura che tutta la tenerezza fosse stata intrappolata dai singhiozzi dei bambini. Senza loro tra noi, non c’era nulla che gli impedisse di attaccarmi ancora. Di ferirmi ancora. Di uccidermi ancora.
La radio, accesa a volume basso, sputava le note di una canzone che aveva fatto da colonna sonora al periodo in cui il garage di casa Black era stato il nostro rifugio dal mondo esterno.
Protesi un dito per cambiare stazione, ma lui me lo impedì.
Prese la mia mano e la tenne qualche istante nella sua, lasciandola soltanto per cambiare marcia.
Trattenni il fiato e zittii il mio cuore. Non volevo che niente interrompesse quell’idillio.
Jacob muoveva la testa a tempo di musica e tamburellava con le dita sul volante, spensierato.
Sembrava tornato il ragazzino con i capelli lunghi che aveva accompagnato al cinema me e Mike Newton con la sua Golf fiammante.
Eravamo insieme. Di nuovo.
Tutto ciò che ci contornava, che assisteva silenzioso a quell’attimo, lo scordai.
Poi la musica sfumò e la voce femminile della vocalist venne sostituita da quella di James Blunt.
Ellie lo adorava e in quei mesi io avevo –forzatamente- iniziato ad apprezzarlo, fino a imparare a memoria la sua discografia.
“Annie”, la canzone che stava riempiando l’abitacolo, era una delle mie preferite.
Canticchiai a labbra strette le prime tre parole, poi Jake spense la radio con un colpo secco.
< Perchè? > domandai e, notando i suoi occhi furenti, desiderai non averlo fatto.
< Odio quel cantante. > replicò asciutto, immettendosi sulla provinciale con una sterzata eccessivamente brusca.
Sbattei una spalla contro lo sportello e mi morsi le labbra per non lasciarmi scappare un gemito.
La sua reazione era esagerata. James Blunt non c’entrava assolutamente niente, ne ero sicura.
Con chi aveva sentito quella stessa canzone? Che ricordi si portava dietro?
Riconobbi il serpente dagli occhi verdi, chiamato gelosia, mentre strisciava sul mio braccio diretto al cuore, ma non lo fermai.
Quando riuscì a penetrare la pelle del cuore con le sue zanne avvelenate, esplosi:
< Non è vero! Dove sei stato in questi mesi? Con CHI? >
Jacob scalò la marcia con prepotenza, ringhiando e controllando nello specchietto retrovisore che i gemelli non fossero stati svegliati dai miei strepiti.
Feci per riaccendere la radio, sperando di convincerlo a parlare, ma lui la staccò dal suo incastro e la buttò dal finestrino.
< Non ti riguarda. > asserì duro, nuovamente distante, trincerato dietro una invisibile lastra di vetro coperta di profumo femminile e risate allegre non mie.
< Abbiamo due figli, Jacob, mi riguarda eccome! > ribattei stizzita, stringendomi nelle spalle per proteggermi dal suo contrattacco.
< Te ne ricordi presto che sono anche miei. In dieci mesi non mi sembra tu c’abbia fatto molto caso. Ti conviene tacere, Bella, e farti gli affari tuoi. Io e te non stiamo insieme. >
E per quanto cercassi di stringere i denti e sopportare, il dolore era lacerante.
Dilagò in me senza freni, spazzando via con le sue acque torbide qualunque altra cosa.
Annegai.

Il tempo che impiegammo a raggiungere La Push mi sembrò infinito.
Era il silenzio di Jacob a rendermi quel viaggio insopportabile.
Fastidioso, opprimente, sbagliato.
Parole mute sparse tra di noi che succhiavano via le risposte prima di farle giungere alle orecchie dell'altro.
Sguardi che si evitavano, invece di cercarsi, poiché, se si fossero trovati, non si sarebbero di certo più lasciati.
Sospirai, rosicchiando l'unghia del pollice destro.
Più miglia masticavano le gomme della macchina, più temevo che non saremmo mai giunti a destinazione.
Da una parte era quello che mi auguravo, serbando tra le mani strette la speranza di poter riacciuffare in qualche modo la sintonia stabilita grazie ai nostri figli solo un paio d'ore prima; dall'altra non vedevo l'ora di mettere piede a terra e tornare a respirare, illudendomi che il peggio fosse passato.
In realtà, il peggio, doveva ancora arrivare.
E non sotto forma di un esercito di vampiri, bensì confuso dalle spoglie di coloro che avevo lasciato indietro.
Il branco. I Cullen. Mio padre.
- Uno alla volta, Bella, o non ne esci fuori. -
Jake parcheggiò davanti alla casetta di legno di Emily.
Alzai lo sguardo sul parabrezza, mentre lui si slacciava la cintura di sicurezza, e sprofondai sul sedile.
Erano tutti lì, schierati in attesa. Silenziosi. Frementi.
Sondai i loro visi, cercando segni d'astio nelle curvature delle loro bocche, ma l'unico che riuscii ad inquadrare come tale era quello di Leah e ormai c'avevo fatto l'abitudine.
Aprii lo sportello con la lentezza di una lumaca con l'artrosi ed il branco esplose in un ululato festoso.
Meno di un secondo dopo Embry e Quil erano di fronte a me e mi stritolavano entrambi in un abbraccio da orso che rischiava di spezzarmi qualche osso.
Emily, alle loro spalle, li richiamò all'ordine con la minaccia di lasciarli a digiuno e poi si fece largo tra i due per stringermi a sua volta.
< Bella, ci sei mancata. > sussurrò al mio orecchio e quel plurale mi fece pizzicare il naso.
Affondai la testa nella sua spalla e mi concessi il lusso di versare qualche lacrima.
Emily era colei che mi aveva sempre considerato sua pari, anche quando ero stata più ragazza-vampiro che ragazza-lupo.
I suoi abbracci erano in grado di farmi sentire a casa anche quando non ne possedevo una.
Proprio come in quel momento.
< E vola, vola, vola! > sentii Quil gridare alle mie spalle.
Il risolino di mio figlio mi mise all'erta.
Mi strappai dalle braccia di Emily in tempo per guardarlo librarsi ad un metro e mezzo dalle mani di Embry.
Mi aggrappai alla lamiera della macchina e, prima che potessi emettere un singolo suono o anche solo provare a svenire, Ellie marciò furente verso i due compari e gli tolse il bambino.
< MA SIETE CRETINI? NON E' UN BAMBOLOTTO! DEVO FAR VOLARE VOI A TRE METRI DAL SUOLO, BRUTTI MICROCEFALI? > la sua voce raggiunse i livelli degli ultrasuoni dei cani.
Notai Jared sturasi un orecchio con la coda dell'occhio.
< Bella, chi è la straniera che hai portato con te? > domandò Sam col solito tono formale.
< Lei è... > balbettai, lasciandomi distrarre per un solo secondo dalle vista di Jacob che mostrava orgoglioso Elizabeth a Emily.
< ...Eleanor Harmony Gray, piacere. Sono l'imprinting di Seth. > dichiarò orgogliosa.
< CHE COSA? > un urlo agghiacciante sovrastò i commenti sorprese degli altri.
Leah si fece largo tra i membri del branco con uno sguardo omicida sui lineamenti alti e fieri.
Aveva i capelli forse un paio di centimetri più lunghi di come li ricordassi e il corpo più snello e tonico.
Si parò di fronte ad Ellie con una mano sul fianco e le puntò un dito al petto.
Tremava.
< Sorellona! > Seth si frappose tra le due, sollevando tra le braccia Leah e allontanandola così dalla mia migliore amica, che mi fissava in attesa di chiarimenti.
Cercai di spiegarle a gesti che quella era la sua futura cognata, ma Ellie non mi capì.
< Mettimi giù! Mettimi giù e spiegami perchè quella sottospecie di Barbie afferma di essere... >
< Lo è. > replicò Seth con calma, rimettendo a terra Leah, ma tenendola per le spalle.
Ormai la sovrastava di almeno venti centimetri.
< Stai scherzando. > nei suoi occhi lessi un misto di disperazione e incredulità.
Con l'arrivo di Ellie, lei si ritrovava completamente sola, senza avere più accanto nemmeno il fratello a cui appigliarsi nei momenti di maggior sconforto.
Non che gli avesse mai confessato di aver bisogno di lui, orgogliosa com'era, ma Seth mi aveva raccontato che più di una volta l'aveva trovata a girovagare da sola nel bosco in forma umana, lasciandosi abbracciare con solo poche e deboli proteste.
< No. >
< Ehi, cucciolo, non mi dire che la bionda ti ha fatto inzuppare il biscotto?! > la battuta sarcastica di Paul fu l'ultima goccia per Leah.
Ringhiando, si districò dalla presa del fratello e corse verso i boschi calciando via le scarpe.
Un attimo dopo era già sparita, lasciandosi dietro solo il suono di abiti strappati e lacrime trattenute.
Provai pena per lei, ma io, andando a guardar bene, non è che me la passassi poi meglio.
< Paul, sei il solito coglione. Dirò a Rachel di mandarti in bianco una settimana intera! > gracchiò Seth.
Jared rise sguaiato e Emily diede uno schiaffetto sulla nuca del giovane Clearwater allungandosi sulle punte, ma io avevo occhi solo per Jake, che spalancò la bocca con uno schiocco e impallidì.
Meccanicamente depose Elizabeth, che faceva risolini all'aria, tra le braccia di Quil, ormai esperto di bambini, e marciò verso Paul.
< Che cazzo significa? Ti fai mia sorella, eh stronzo? > lo apostrofò, prendendolo per il bavero della maglia sgualcita che portava.
< Jacob, calmati. Paul ha avuto l'imprinting con Rachel. > Sam cercò di stemperare il tremore di entrambi, posando loro le mani sulle spalle.
< Lo ammazzo lo stesso. > sibilò e strinse la presa.
< Ehi, fratello, uhm... > Embry si era avvicinato svelto a Jake e cercava di attirare la sua attenzione, inventandosi un qualcosa su due piedi.
Lo ammirai e sospirai, poggiando la testa sulla spalla di Ellie, che ancora cullava mio figlio.
< ...uhm ti ricordi...come diavolo si chiamava? Daphne? Ma sì, dai, la cheerleader con gli occhi azzurri e una quarta di seno che traboccava dalla divisa! >
Jacob mollò di colpo Paul, guardando stralunato Embry.
< Ma sei scemo? Quella bassetta con la faccia paffuta, i capelli crespi e le gambette tozze? QUELLA Daphne? >
< Ma...ma stanno davvero parlando di cheerleader? > domandò sottovoce Ellie, ricevendo un cenno sconsolato d'assenso da parte di Quil.
< Proprio quella! Ma non sai, adesso è magra come un chiodo e ha un culo che... >
< Scusate, se vi disturbo, ma non mi sembra proprio il momento di metterci a discutere di fondo schiena femminili e tette, no? > la mia amica alzò la voce, cosìcchè l'ultima parte del commento di Embry fosse smorzata.
Sam annuì ed Emily prese me ed Ellie sottobraccio, scortandoci fino all'ingresso di casa sua.
< Facciamo i conti dopo, COGNATINO. > sentii Jake scrocchiarsi le nocche e sospirai rassegnata.

***

Aprii gli occhi, quella mattina, e desiderai non averlo fatto.
Sentivo sulla pelle il presentimento negativo che di solito arrivava con i cosiddetti “giorni di merda”.
Scorreva sulle braccia come gocce di zucchero liquido, appiccicaticcio e viscoso. Fastidioso, schifoso.
Il preludio di un cataclisma nel mio piccolo e insulso mondo.
Anche il pomeriggio in cui avevo trovato Jacob nell’orto era iniziato a quel modo, con quell’orrida sensazione di disagio.
Sbuffai e mi volsi dall’altro lato del letto, sbattendo contro la testata di noce.
Gemendo, mi misi a sedere, cercando di mettere a fuoco l’orario sulla sveglia e gridai.
Non aveva suonato e di lì a dieci minuti sarei dovuta essere seduta composta al mio banco per l'esame finale di storia americana.
Un saggio breve fitto di date e avvenimenti che di sicuro avrei confuso tra loro.
Imprecai e lottai contro le coperte per liberarmi, scansando all’ultimo Penny.
Quella peste stava tentando di balzare su di me, atterrandomi con un acuto degno di una cantante lirica.
Mi precipitai al bagno, dopo aver arraffato i vestiti del giorno prima, e scoprii con orrore che il lavandino era stato nuovamente usato come piscina privata di Barbie sirena.
Ruggendo, scagliai lontano le bambole di mia sorella, che mi guardava con le lacrime agli occhi dall'uscio riuscendo pure a farmi sentire in colpa.
Le diedi un bacetto frettoloso per sentirmi con la coscienza un po’ meno sporca e mi preparai alla velocità della luce. Superman non sarebbe stato in grado di battermi.
Strinsi i denti, pensando ad uno pseudo-supereroe che mi aveva sconvolto la vita e che solo una settimana prima era volato via scomparendo dalla finestra col suo mantello rosso svolazzante.
-Sì, ok fantasticare, Annie. Ma qui rasentiamo la follia. Jacob non è letteralmente volato via. E' solo partito con i suoi fratelli-
Brontolando, corsi in cucina e mi scontrai contro la credenza, scomodando dal loro scranno tutti i santi del calendario. Poveretti.
Zoppicando, afferrai un pezzo di pane tostato con la marmellata sopra e mi misi in spalla lo zaino, uscendo senza quasi salutare.
Addentai la mia scarna colazione con gusto, soltanto per scoprire che Penny si era divertita di nuovo a mischiare il contenuto dei barattoli.
A giudicare dal sapore, quella schifezza era un miscuglio di marmellata di arance, pesche e mirtilli.
Aberrante.
Arrivai a scuola col fiato corto, all'ultimo rintocco della campana e dovetti supplicare la bidella perchè mi facesse entrare.
Mi sedetti, infine, vicino a Monica, sospirando sfinita.
< Sembra che un treno ti abbia colpito in piena faccia, Ann. Stai bene? > mi chiese, legandosi i lunghi capelli vaporosi in uno chignon improvvisato con la matita mangiucchiata.
Sbuffai di nuovo.
< Giornata di merda, hai presente? > domandai, tirando fuori i libri dallo zaino.
Ovviamente, mancava l'astuccio.
Penny, al mio ritorno da scuola, mi avrebbe sentita: doveva smetterla di usarlo come letto matrimoniale di Barbie e Ken solo perchè era enorme e colorato.
Digrignai i denti e Monica si aggiustò gli occhiali senza montatura sul naso.
< Ann, io non te lo vorrei dire, ma sembra che tu collezioni giornatacce da una settimana a questa parte... >
Annuii distratta, fregandole una penna da sotto il naso con cui poter scrivere quel dannato tema.
< E' per colpa di Jacob, vero? > chiese a bruciapelo, facendomi sobbalzare.
< No! > esclamai convinta e risentita.
Porca miseria ma perchè era così perspicace?
< Stai parlando con me, Ann, non con quell'oca di Inès. > mi fece notare con un sorrisetto vittorioso.
Sapeva di aver scoccato la freccia giusta, quella che era arrivata dritta al centro del bersaglio.
- Cerchio giallo, Mon. Dieci punti per te. -
Sospirai e lei lo interpretò come un'ammissione.
< Non c'è da vergognarsi ad ammettere che ti manca. > sussurrò, stringendomi una mano.
I suoi mille braccialetti sgargianti tintinnarono.
< Sapevo che sarebbe andata così. Anzi, forse è durata anche più di quanto mi ero aspettata. E' stato bello... > sussurrai con voce strozzata.
Stetti bene attenta all'aggettivo che usai.
Bello.
Non speciale, magnifico, meraviglioso o simili.
Bello.
Un aggettivo comune e banale, che esattamente non diceva un tubo.
Bello perchè tutto il resto -la magia, le roselline ed i cuoricini- arrivavano con i sentimenti contraccambiati.
Jacob, invece, per quanto potesse essere attratto da me, non aveva altro che Isabella impressa nello sguardo.
Era come se nella sua retina fosse stata tatuata la sagoma di lei. Chiunque per lui ne assumeva le fattezze, anche una sconosciuta al supermercato.
Non mi ero quindi illusa che provasse qualcosa.
Mi bastava saper di essere stata capace di ridonargli il sorriso, anche se la notizia della gravidanza di Isabella glielo aveva strappato subito di nuovo.
Mesi interi di fatica bruciati da un paio di frasi. Cenere nera di labbra tirate e denti scoperti.
Mi ero goduta la nostra relazione senza pretese, con serenità, conscia che il capolinea che scorgevo in lontananza sarebbe presto giunto.
< Almeno te hai avuto la soddisfazione di farci sesso! > sbottò Monica di colpo.
Tacque qualche istante, come ponderando qualcosa, e poi mi diede una gomitata, fulminata da una proposta geniale –a suo parere-.
< Senti un po', ma perchè non andiamo a trovarlo? Magari ha un fratello gemello nascosto da qualche parte e non mi dispiacerebbe fare la sua conoscenza! > esclamò convinta, facendomi scoppiare a ridere.
Il professore mi fulminò con lo sguardo. Posò stizzito il gesso sulla cattedra e mi mise una nota.
Sbuffai per la terza volta nell’arco di un’ora scarsa: la mia giornata di merda proseguiva, imperterrita.

Il sole cocente mi stava ustionando la pelle delle braccia.
Arrivata davanti il portone di casa mi sembrava di essere un pollo sullo spiedo che si rosolava lentamente.
Mi asciugai il sudore dalla fronte con il polso destro e annusai l’aria, cercando di intuire il menù del giorno.
Ultimamente la nonna si divertiva ai fornelli ed io e Penny ci rimpinzavamo felici, incuranti della linea.
Tanto io non dovevo più far colpo su nessuno e mia sorella era troppo piccola per preoccuparsi di un paio di chiletti in più –beata e spensierata giovinezza-.
Socchiusi la porta con cautela, frugando il salotto con gli occhi.
< Nonna? > chiamai, poggiando lo zaino a terra.
Silenzio.
TROPPO silenzio.
Nessun odore. Nessuna luce. Nessun rumore di piatti di porcellana raschiati da forchette di metallo un po’ piegate.
< Penny? > la voce mi si incrinò.
Non avevo visto alcun foglietto sulla porta, il che significava che erano in casa -la nonna me ne scriveva sempre uno quando usciva senza avvertirmi-.
Ma allora che fine avevano fatto?
Giocavano a nascondino?
La cucina era impeccabile, immacolata come rare volte era stata.
Le scodelle erano impilate ordinatamente nella credenza, le posate riposte nel cassetto e il lavandino non aveva un'ombra di calcare.
Ma che diavolo di fine aveva fatto il marasma caotico in cui vivevamo?
Cenerentola aveva deciso di passare a farci visita e, impietosita, aveva dato una sistemata in giro?
< Nonna? > chiamai ancora, dirigendomi verso la scala.
Inciampai in qualcosa e, con sbigottimento, mi resi conto che stavo fissando tre valigie.
Erano gonfie ai lati, come se fossero sul punto di esplodere, ed ermeticamente chiuse con un lucchetto.
< Nonna! > urlai con voce isterica, precipitandomi al piano superiore.
La porta del bagno era aperta e non c'era nessuno dentro.
I sanitari splendevano quasi di luce propria e le Barbie di Penny erano seduta composte, affacciate sul lavandino.
La stanza della nonna, invece, era vuota.
Vuota nel vero senso della parola.
Il letto era stato rifatto a regola d'arte, l'armadio conteneva solo decine di stampelle ciondolanti e i cassetti erano stati ripuliti.
Qualcosa non quadrava.
Tesi le orecchie ed individuai un vociare indistinto provenire dalla mia stanza.
Mi ci catapultai come una furia.
< Nonna! Penny! > esclamai sollevata, vedendole comodamente sedute sul lettino di mia sorella.
< Oh, Annie, bentornata! > mia nonna mi sorrise calorosa e Penny mi corse incontro, abbracciandomi le gambe.
< Si può sapere che cosa... > il resto della domanda mi si spense in gola.
I miei occhi individuarono, nascosto dal profilo dell'armadio al centro della stanza, un braccio scuro con un tatuaggio sulla spalla.
Indietreggiai atterrita.
< Che ci fa LUI qui? > chiesi, facendo saettare lo sguardo da mia nonna al paio di scarpe da ginnastica che facevano capolino di fronte a lei.
Mi girava la testa.
Non sapevo se essere felice o incazzata nera.
- Sei tornato. -
Ci aveva preso per la sua ruota di scorta?
Era andato da Isabella, l'aveva trovata con un bambino non suo ed era tornato qui, sperando che io gli curassi ancora le ferite?
Strinsi le mani a pugno.
< Vattene! Non sei il benvenuto! > ringhiai, facendo un passo avanti.
< Annie, perchè ce l'hai tanto con l'amichetto di Jake? E' simpatico pure lui e ha detto che ci porta in vacanza! > esclamò Penny con un sorriso radioso, ancora avvinghiata alle mie ginocchia.
< Chi? >
Amichetto?
Il ragazzo in questione si palesò ai miei occhi.
Aveva ragione mia sorella: non era Jacob, era l'altro. Quello più alto, con gli occhi luminosi ed il sorriso facile.
Embry, mi pareva si chiamasse.
Mia nonna saltò in piedi e battè le mani gioiosa < Questo giovanotto... > anche lui era un giovanotto. Un bravo ragazzo, quindi, secondo i suoi standard. Di bene in meglio...o di male in peggio, insomma. < ... è stato così carino da venire a prenderci. >
Sorrisi in modo forzato < E dove andiamo, di grazia? > sibilai, indirizzandogli occhiate assassine.
Non avevo ancora imparato a lanciare laser dagli occhi, vero?
Chissà perchè sentivo che c'era lo zampino di qualcun altro sotto tutto quel trambusto.
Quella visita inaspettata puzzava.
< Dovunque tu voglia, dolcezza. > sorrise malizioso e mi spedì il sangue al cervello.
Respirai a pieni polmoni, reprimendo l'istinto di prenderlo a schiaffi...anche perchè non sarei arrivata al suo viso.
< No, grazie. Io resto qua. >
Lui fece per replicare, ma mia nonna lo precedette < Annabelle, non fare i capricci. Questo ragazzo dice che è pericoloso per noi rimanere alla riserva, al momento. Si tratta di una cosa temporanea. E, se lo dice un amico di Jacob, io mi fido! > esclamò convinta.
Penny, sulle mie gambe, annuì decisa.
Si erano fatte incantare da quel bel faccino pulito, allora.
Fantastico, mi avevano incastrata.
< Immagino di dover fare i bagagli, quindi. > sbottai esasperata, liberandomi della stretta della mia sorellina per arrivare alla cassettiera.
< Oh, no, tesoro! Ho già preparato le valigie io! Siamo pronte a partire anche subito! > gridò gioiosa mia nonna, saltando con un pugno alzato in segno di vittoria.
Per la miseria, ma aveva bevuto qualcosa di alcolico? Magari aveva scambiato la grappa per l’acqua.
Faticavo a riconoscerla!
Embry rise e le diede il cinque e poi sollevò tra le braccia Penny, facendole fare l'aeroplano come faceva Jacob.
Avvertii lo stomaco contorcersi ed annodarsi.
< A che ora abbiamo il volo? > mi arresi, accasciandomi sul pavimento.
< Io ho paura che si schianti e non ho voluto. Andiamo con lo Chevy e guida Embry! > mi spiegò mia sorella facendomi l’occhiolino.
Meraviglioso.
Non c'era proprio fine al peggio.
Giornata di merda, fino in fondo!

2 commenti:

noemi romagnolo ha detto...

Bene, come iniziare questa recensione?
È tornata, è tornata , è tornata, è tornata, è tornata, tornata, è tornata.
Il mio personaggio preferito di tutti i tempi è tornata e devo dire in ottima forma. Giornata di merda, nonna pazza e sorella rompipalle al seguito. Però dai Annie, ma che diavolo hai il coraggio di lamentarti? 72 ore chiusa in uno spazio stretto con Embry? Io ci metterei la firma, ah donna che non apprezza le fortune.
Ora cerchiamo di dire qualcosa di sensato.
Bella e il tempo. Condivido a piena l’idea che sia il suo nemico giurato, insomma ne abbiamo avuto prova lampante in New Moon quando stava lì inerme a vederlo scorrere ed ora che ne vorrebbe di più lui scappa via. forse è arrivato il tempo che inizi a vivere davvero che afferri quel tempo ed inizia a starci dentro invece che guardare ai margini. E poi com’è stato emozionante vederli in quella macchina, quegli sguardi che si cercano di sfuggita, l’intesa per i figli, il loro amore che lui cerca di affondare per paura. I sentimenti che ritornano fino a quel nome, quel nome dal passato troppo recente che forse farà sentire Jake in colpa ancora per un bel po. Bella forse inizia a capire ma non oso immaginare quando la bomba esploderà, oltre ai Volturi avrà un'altra bel grattacapo. E dalla fine capitolo ormai non manca molto. Annie ritorna e che cosa vorrà dire per Bella? E per Jake? Come affronteranno anche questa? Perché è innegabile Jake ama Bella ma Bella potrà accettare di non essere stata l’unica nella sua vita?
Mi mancavi tanto tesoro e finalmente posso tornare qua a leggerti e commentare.
Ti adoro
Noemi <3

Nalu ha detto...

Scusa scusa scusa se non ho recensito e letto subito il capitolo!! è che non ho avuto proprio tempo!!
Ma eccomi qui adesso, ancora in tempo spero!!! xD
Allora....questo capitolo....QUESTO CAPITOLO. Ormai mi sento un pò ripetitiva ma purtroppo non ci posso fare niente se la cosa che ho da dire (sempre) è CAPITOLO MERAVIGLIOSO!! Ma è la verità, quindi la direi altre mille volte. MERAVIGLIO MERAVIGLIOSO MERAVIGLIOSO!
Cioè, è vero che Jake e Bella hanno fatto solo un microscopico passo avanti, ma è anche vero che per loro significa tanto! Ho adorato il loro momento di complicità, quando cullavano i bambini e la mente di Bella si permetteva di pensare ad un ipotetico futuro con lui....Finalmente lo sta capendo! è vero che un pò lenta, ma piano piano ci arriva! E poi la gelosia!! Eccola che arriva! Come se non passassero già abbastanza tempo ad evitarsi! Adesso salterà fuori anche la storia di Annie e si può solo immaginare come Bella ci rimarrà! Ma il loro amore è forte e, se riusciranno a superare anche questa, allora davvero non dovranno più preoccuparsi di niente : se il loro amore ha resistito a così tanti attacchi rendendo i loro cuori così malconci e chE, nonostante tutto, hanno trovato ancora il modo di amarsi, allora non c'è ostacolo che potrebbe essere un problema per loro. Ormai sono arrivati al fondo e peggio di così non può andare. Ora possono solo risalire.
Amo il loro rapporto, davvero. Amo il modo in cui tu l'hai reso: così straziante e, a volte, drammatico, che noi lettrici non possiamo far altro che sospirare per loro e tifare affinchè il loro amore trionfi. E come desidero,ogni volta, un contatto tra di loro! E mi tolgono il respiro, quegli attimi! *___*
Mi piace che Ellie sta cominciando a mostrare il suo lato debole, insicuro. Questo darà, forse, la possibilità a Bella di ricambiare il favore che Ellie costantemente le fa; essere un' ancora per la roccia-Ellie, cercare di ricambiarla per la sua bontà....forse così si sentirà meno in colpa e accrescerà la fiducia in sè stessa!
E poi che dire.....Annie is back!! è un personaggio meraviglioso, di buon cuore, estremamente altruista e così matura che si merita un amore così grande da superare tutti gli altri! Un amore che le faccia sognare un futuro, un proseguimento, a dIfferenza di come faceva con Jake, poichè lei già dall'inizio sapeva che la loro storia avrebbe avuto Un epilogo! Quindi, caro Embry....Non azzardarti a spezzare il cuore della mia Annie!!
E le metafore....Ti sei superata stavolta! Davvero! Il capitolo ne era pieno zeppo! Ed erano tutte fantastiche e geniali!!! 1000 volte BRAVA!!!
Beh...aspetto il prossimo capitolo (anche se dovessi pubblicarlo tra un mese, no problem, io non mi muovo di qui!)
Ti faccio ancora i miei complimenti (ogni volta vorrei trovare un modo migliore per esprimerli ma alla fine mi riduco sempre alle solite stesse frasi.... :()!!
Al prossimo capitolo allora!
Baci, Nalu <3

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