"Una ragazza che legge sa che il fallimento conduce sempre al culmine,
che tutto è destinato a finire ma che tu puoi sempre scrivere un seguito;
che puoi iniziare ancora e ancora ed essere nuovamente l’eroe.
Una ragazza che legge comprende che le persone, come i caratteri, si evolvono.
Eccetto che nella serie di Twilight.
Se trovi una ragazza che legge, tienitela stretta:lei parla come se i personaggi del libro fossero reali perché, per un po’, lo sono sempre."
Rosemarie Urquico.

sabato 14 luglio 2012

Rebirth Dawn Capitolo XX

XX
- Sette proiettili -
< Jake! Esci immediatamente! >
Lui sfoderò un sorrisetto malizioso e poi si chiuse la porta del bagno alle spalle, infilandosi la chiave nella tasca posteriore dei jeans.
< Se vuoi uscire, devi prenderla... > mi sfidò, avvicinandosi pericolosamente.
Feci saettare il mio sguardo dal beauty case aperto, in cui tutti i miei trucchi malconci facevano mostra di sè, al petto di Jake imperlato da goccioline di sudore, dovute all'alta temperatura di quella giornata primaverile.
Sospirai e abbandonai l'idea di darmi un'aggiustata.
Una sveltina con lui, prima di andare a scuola, era decisamente più gratificante.
Lui sembrò leggere la resa nei miei occhi e mi cinse i fianchi con foga, facendo aderire i nostri corpi con un ringhio.
Mi tolse la maglia, stando ben attento a non strapparla -mi aveva quasi fatto fuori tutto il guardaroba, beccandosi una sonora strigliata- e s'impossessò delle mie labbra con foga, come un assetato nel deserto che finalmente raggiungeva un'oasi con dell'acqua fresca.
Accarezzai il suo corpo sudato, scivolando con le dita sulla sua pelle rovente, e lui mi prese in braccio, buttando a terra con un gesto svelto tutti i miei accessori e trucchi, per farmi sedere sul ripiano di marmo del lavandino.
Ringhiò ancora e mi mordicchiò la spalla in modo giocoso.
Reclinai la testa e gli strinsi le gambe intorno al bacino, avvicinandolo a me, quando la porta del bagno di aprì con uno schianto sordo.
< NONNA, NONNA! TE L'AVEVO DETTO CHE ERANO FIDANZATI! GUARDA, GUARDA COME SI BACIANO! > mia sorella saltellava sul posto indicandoci, fiera della sua scoperta.
Come cavolo aveva fatto ad aprire la porta?
Aveva imparato qualche trucco alla McGyver guardando il telefilm con Richard Dean Anderson?
Dovevo eliminare quel canale dalla tv e lasciarle solo programmi EDUCATIVI come i Teletubbies e i Looney Tunes.
Jacob si scostò da me con la faccia paonazza e si chinò a raccogliere tutto il contenuto del mio beauty case con gesti secchi e imbarazzati.
< Penny, ridammi quella chiave e vieni giù a fare colazione. Lasciamoli da soli... > mia nonna, vestita d’arancione quella mattina, arraffò per un braccio quella piccola peste dai capelli rossi e se la trascinò dietro, sussurrando l'ultima parte, sperando forse, che non la sentissimo < ...sono così carini i piccioncini! >
Sbuffai e scesi dal lavandino, ripescando la maglia dentro la vasca da bagno, dove Jake l'aveva scaraventata.
Ma perchè non riusciva a capire, quel testone, che con Penny in giro certe cose non si potevano fare?
Pensava che mi divertissi a essere sempre interrotta e a dovermi tenere l'eccitazione addosso fino alla sera, quando finalmente riuscivamo a stare soli?
Arraffai i resti del correttore per le occhiaie e mi avvicinai allo specchio per cercare di coprire le tracce dell'ennesima notte insonne, quando lo vidi abbracciarmi da dietro, con un sorriso così largo che rischiava di decapitarlo.
< Non ci pensare nemmeno! > lo ammonii, con sguardo truce.
Lui infilò le mani dentro i miei shorts di jeans e fece saltare il bottone.
< Jacob! Questo era l'ultimo paio buono! Guarda che stasera li faccio rammendare a te! >
Lui non sprecò nemmeno il fiato per rispondermi.
Si allungò a chiudere la porta con un calcio, si sfilò veloce i pantaloni della tuta e abbassò i miei.
Mi penetrò deciso, facendomi chinare di più sul lavandino.
Al diavolo il correttore e le occhiaie, pensai assecondando i suoi movimenti.
Chiusi gli occhi e pregai qualche santo protettore lassù di far strozzare Penny con i cereali al cioccolato, in modo che non risalisse tanto presto.

< Tu non lo sai, ma tua nonna mi ha adottato! Vengo a vivere con te! >
Monica mi guardò con occhi supplicanti, dietro le lenti spesse degli occhiali senza montatura.
< Dacci un taglio! > la ripresi con una gomitata, infilandomi nel flusso di studenti che si accalcavano all'ingresso, per uscire alla svelta, arrivare a casa e consumare un pasto veloce davanti la tv prima di stramazzare sul letto.
< Oh, eddai, Ann, non è giusto che solo tu te lo goda! Quel ragazzo dovrebbe essere eletto bene di prima necessità e messo a disposizione dell'intero genere femminile terrestre! Sono sicura che... >
Le tappai la bocca, incapace di ascoltare oltre i suoi sproloqui dettati da un misto di ormoni in subbuglio e stress da ultimo anno.
< Ma perchè non ha fatto qualche chilometro in più prima di svenire nel tuo orto? Si sarebbe ritrovato a casa mia e... >
< MONICA TI PREGO! > esclamai esasperata.
< Dai, Ann, lasciami venire a dormire da te qualche giorno. Giuro che mi faccio bastare la vista di quel corpo scolpito che si aggira seminudo per casa senza fare altro. Prometto di non saltargli addosso...non da sveglia, almeno. Per quanto riguarda il sonnambulismo non posso garantire... > borbottò sovrappensiero, perdendosi in un intricato discorso su una volontà subconscia latente che prendeva il sopravvento quando dormiva.
Alzai gli occhi al cielo, uscendo nel cortile della scuola il più in fretta possibile.
Avevo il terrore che mi chiedesse quand'era stata l'ultima volta che avevo "usufruito" del neo eletto bene di prima necessità femminile.
< Ehi! Ragazze! > la voce allegra di Diego ci raggiunse alle spalle in pochi attimi.
Aveva i capelli castani appiccicanti al viso accaldato e chiazze rosse sul collo e sul petto, lasciato scoperto dalla camicia azzurra a maniche corte sbottonata.
< Hola. > rispondemmo in coro io e Mon.
Avevamo limitato i contatti con lui da quando aveva allungato le mani.
Non che gliene facessi troppo una colpa: era un ragazzo mite e tranquillo, che l'alcol aveva reso intraprendente e sfacciato.
Avrebbe potuto stuprarmi davvero, lo sapevo, se avesse voluto.
Era forte abbastanza per prendermi senza che potessi ribellarmi, ma preferivo credere che quella sera, nonostante fosse sbronzo, avesse mantenuto un briciolo di sanità mentale che l'aveva reso impacciato e goffo, ragion per cui non era riuscito ad andare fino in fondo -oltre all'intervento di Jacob, certo-.
Monica, tuttavia, aveva ritenuto fosse meglio non dargli altri pretesti per rimanere solo con me ed io non avevo potuto non essere d'accordo.
Quella era la prima volta che ci rivolgevamo più di un saluto da mesi.
Mio malgrado, sorrisi.
Forse era colpa della direzione che aveva preso il mio rapporto con Jacob a donarmi quel buonumore perenne, o forse ero solo molto brava a non portare rancore.
< Ho affittato un film strafigo sugli zombie, l'altro giorno. Che ne dite di fare una serata a casa mia, come ai vecchi tempi? > domandò speranzoso, passando lo sguardo accorato da me a Mon.
Lei si strinse nelle spalle, come a dire che non faceva differenza e che la decisione finale spettava a me.
Io guardai quei suoi occhi supplicanti e non vi lessi alcun secondo fine dentro.
Non ricordava nemmeno quello che aveva combinato la sera in cui avevo scoperto il segreto di Jacob ed ero sicura che se gli avessi raccontato l'accaduto si sarebbe gettato a terra, strisciando e implorando pietà.
< Venerdì? > proposi, quindi, decidendo di mettere una pietra sopra la faccenda.
Lui alzò un pugno in aria in segno di vittoria ed esultò, soddisfatto.
Monica gli sorrise ed io ebbi l'impressione che la sua espressione fosse un po' troppo contenta.
Che covasse un qualche tipo di interesse nei confronti di Diego?
Possibile?
Guardando il suo sorriso estatico era molto più che probabile.
Perchè non me ne ero mai accorta?
In effetti, ora che ci pensavo, mi era sembrata un po' avvilita negli ultimi mesi, ma avevo attribuito quel suo strano umore all'ansia per gli esami.
Decisi che avrei indagato non appena avessi avuto modo.
Magari quella di farla venire a dormire da me non era proprio una cattiva idea...
Diventava insolitamente loquace di fronte la mia crostata di frutti di bosco.
Ci congedammo da Diego calorosamente –inutile dire che l’abbraccio della mia amica durò un minuto buono e che lui rimase impacciato a darle pacche sulla spalla, senza sapere bene dove mettere le mani- e ci incamminammo verso l'uscita ridendo e scherzando.
Poi individuai delle spalle larghe e una chioma scura davanti al cancello e sorrisi.
< Ormai ti tratta proprio come la sua fidanzatina, eh? Dio, Ann, che culo che hai! Non me lo puoi prestare? Ci faccio solo un giretto... >
Ignorai le battute della mia amica e la baciai sulle guance, svelta, per liberarmi di lei e correre da Jake.
Avevo voglia di buttarmi tra le sue braccia, come se fosse davvero il mio ragazzo.
Ogni tanto mi lasciavo andare a quell'assurda fantasia e non era affatto male.
Chiudevo gli occhi e fingevo di non vedere Isabella nel suo sguardo, di non percepire l'angolo dell'occhio nascondere il dolore, l'iride stringersi per una parola di troppo.
Ed era meraviglioso illudermi che fosse mio.
Quando però gli arrivai di fronte, rimasi di sasso.
Il suo sguardo era affilato e tagliente, rabbioso e risentito, duro e inflessibile.
Era lama, fuoco e acciaio insieme.
Si avviò verso casa e fui costretta a correre per affiancarlo.
Camminava a testa bassa, con le mani nelle tasche e le spalle chine, come se stesse accumulando rancore e ira per poi rilasciarla esplodendo.
Che cosa era successo?
Aveva ricevuto notizie di Isabella dai suoi fratelli?
Dio, quel silenzio mi logorava.
Aprii bocca, ma lui fu più svelto.
< Ti facevo più furba, Annabelle, ma forse ti ho sopravvalutato... > sputò velenoso.
Attonita cercai un senso nascosto in quelle parole ma non ne trovai.
L'avevo lasciato sei ore prima con il viso rilassato ed appagato, un bacio sulle labbra e l'impazienza di ritrovarlo la sera, cosa poteva essere successo nel frattempo?
Cosa avevo fatto per meritarmi quelle parole cattive?
< Forse ho sbagliato a intervenire quella sera nella foresta. Forse a te PIACEVA sentire le luride mani di quel porco schifoso addosso... >
Sgranai gli occhi incredula e così non vidi arrivare la coltellata.
Mi centrò all'altezza dell'ombelico e dalla ferita iniziò a sgorgare sangue.
Il secondo colpo giunse presto, rapido come l'assalto di un serpente.
< Se ti violenterà, giuro che non alzerò un dito, Annabelle. Non posso credere che tu gli abbia rivolto di nuovo la parola e abbia perfino deciso di uscirci insieme! Cos'è, sei stupida, forse? >
La lama penetrò a fondo nei tessuti ed il sangue sgorgò copioso, fino ad inzupparmi la maglietta e a colare a terra.
Non sapevo come arrestarlo, nè come arginare quel flusso di parole acide, che bruciavano come vetriolo.
< Che coglione! Magari ti sei stufata di essere soddisfatta dallo stesso uomo e sei andata in cerca di emozioni più forti, eh? >
Il coltello girò nella ferita e la pozza che si era formata ai miei piedi rischiò di farmi scivolare.
< Siete tutte uguali. Vi divertite a prendere per il culo la gente, ad illuderla, e poi la scartate non appena... >
Non gli diedi modo di concludere la frase.
Sapendo che con un pugno o uno schiaffo mi sarei fatta male, mi tolsi lo zaino di spalla e glielo scagliai contro, furente, asciugandomi le lacrime di umiliazione con il dorso della mano.
Il veleno del serpente stava entrando in circolo.
< IO NON SONO LEI, JACOB! > gridai, sbattendogli in faccia la verità.
Una verità che io conoscevo da mesi, come l’ABC, e lui invece rifiutava di apprendere, come uno scolaro pestifero, puntualmente messo in punizione dietro la lavagna.
Nel mio accettare un'uscita con Diego lui aveva visto ancora la fuga di Isabella da casa sua per andare a sposare un altro.
Sapevo bene che in realtà non era con me che era incazzato, ma questo non giustificava il modo in cui mi aveva offeso.
Mi aveva praticamente dato della puttana e, anche con tutte le scusanti del mondo, non avrei potuto perdonarlo.
Jake tremò e si appoggiò ansante ad un albero, a pochi passi da casa.
< CHE CAZZO C'ENTRA, ADESSO? NON LA DEVI NEMMENO NOMINARE! LASCIALA FUORI DA TUTTO QUESTO! >
Ringhiò e strappò via un pezzo di corteccia.
Al mio sangue si unì anche il suo, vomitato da quella ferita ancora aperta, in cui io stavo affondando a piene mani.
< SEI TU CHE LA TIRI IN MEZZO! MI STAI PARAGONANDO A LEI! IO HO ACCETTATO IL SEMPLICE INVITO DI UN AMICO, NON MI CI SONO ANDATA A SPOSARE! >
< STA' ZITTA, ANNABELLE! NON SAI COSA CAZZO STAI DICENDO! > il tremore divenne quasi ingovernabile.
Il suo respiro era spezzato e la faccia paonazza.
Conoscevo bene quei sintomi. Il lupo sarebbe comparso a momenti, eppure non riuscivo a frenarmi.
Ero ferita e volevo ferire anche lui, sperando che provocargli lo stesso dolore avrebbe lenito il mio.
Per mesi avevo disinfettato i tagli del suo cuore, mi ero prodigata affinchè riacquistasse il sorriso e avevo ingoiato la sofferenza ogni volta che amava il mio corpo e poi pronunciava un altro nome.
Adesso avevo raggiunto il limite.
< SEI TU CHE NON TI RENDI CONTO CHE AGGREDISCI ME, MA IN REALTA' CE L'HAI CON LEI! IO HO SOLO SCELTO DI PERDONARE DIEGO, NON TI HO MICA TRADITO O ABBANDONATO! > urlai, asciugandomi il viso, stizzita dalla debolezza che gli stavo mostrando.
< STA' ZITTA ANNABELLE! ZITTA! ZITTA! >
< VEDI? NON VUOI NEMMENO SENTIRMI, PERCHE' SAI CHE STO DICENDO LA VERITA'! TU NON SEI MAI ANDATO OLTRE, JACOB. TE LA STAI PRENDENDO CON ME PERCHE' NON PUOI PRENDERTELA CON LEI! LE HAI SEMPRE PERDONATO TUTTO! >
< TACI, ANNABELLE! NON ROMPERMI I COGLIONI CON LA PATERNALE! NON SAI COSA CAZZO DICI! >
Lo vidi venire alla luce prima di lui, il suo dolore.
Le scosse violente del suo corpo diminuirono impercettibilmente e gli occhi si fecero lucidi.
Le mie parole aveva centrato il bersaglio, come una freccia ben scoccata.
Glielo lessi in faccia, quasi lo avesse scritto in fronte con lucette al neon lampeggianti: colpito.
< Io lo so benissimo cosa dico. Sei tu che combatti i tuoi sentimenti per lei. La vedi dovunque. Ogni mio gesto, ogni mia frase tu la interiorizzi come se le appartenesse. I tuoi occhi non vedono che lei. Deformano i lineamenti di chiunque, rendendoli come i suoi. Probabilmente se ti chiedessi di che colore ho i capelli, risponderesti castano scuro... > mormorai sconfitta, debilitata da quella verità cocente che aveva svuotato anche me, non solo lui, e aveva strappato ogni mia illusione, come fosse fatta di cartapesta.
< HO DETTO CHE NON VOGLIO SENTIRTI, CAZZO, BELLS! >
< Appunto... > mormorai, tirando su con il naso.
Nel pronunciare il suo nome Jake si calmò del tutto; le unghie spaccate e i polpastrelli graffiati stavano già guarendo, mentre prendeva coscienza di una cosa che io avevo capito subito, appena mi aveva parlato di lei, quel giorno al lago: non aveva metabolizzato la sua fuga.
Non era riuscito a superarla perchè non l'aveva mai affrontata davvero.
Farlo l'avrebbe praticamente ucciso e quindi si era limitato a buttare da una parte l'accaduto, scacciandone il ricordo ogni volta che si presentava.
Aveva cercato, probabilmente senza averne davvero l'intenzione, un surrogato.
Qualcuno che attappasse momentaneamente quel buco, prima della resa dei conti finale.
Perchè sarebbe presto arrivato il momento in cui avrebbe dovuto affrontare i suoi demoni, in un modo o nell'altro.
Lei e la sua pelle diafana.
Lei e i suoi capelli come fili di cioccolata.
Lei e i suoi occhi bruni come la terra umida.
Lei e le sue mani piccole.
Lei, l'amore.
Lei e il suo biglietto di scuse.
Non poteva continuare a fuggire in eterno e io non ero più disposta a fingermi cieca, per renderlo felice.
Ero stanca di annullarmi per lui.
Anche il mio spirito di buona samaritana aveva una portata massima, ormai raggiunta e superata.
Dovevo iniziare a interessarmi un po' più a me e meno a lui.
La ferita da pugnale aveva smesso di sanguinare.
La chiazza rossa che s'andava allargando sull'erba, lambendo i miei piedi, era ora alimentata dal sangue di Jacob, accoltellato a morte da Isabella, dritto al cuore.
Raccolsi lo zaino ai suoi piedi ed entrai in casa come una furia, asciugandomi le guance ancora bagnate.
I suoi occhi spenti, vitrei, di chi aveva smesso di vivere, mi avevano dato i brividi.
Prima di sbattermi la porta della stanza alle spalle, udii mia sorella squittire < Jake, cosa hai combinato? Perchè Annie piange? Guarda che se la fai soffrire io non ti dò più i miei biscotti al limone, eh? >

E così alla fine il vestito stretto, di qualche taglia più piccolo, aveva ceduto.
Le asole si erano strappate, le cuciture slabbrate e i bottoni saltati.
Prevedibile.
Quanto tempo si poteva resistere ingabbiato a quel modo?
Fasciato da una stoffa così sottile, che al primo movimento brusco si sarebbe di sicuro sfilacciata?
Jacob aveva tenuto duro fin troppo, per l'idea che mi ero fatta del suo carattere.
Nel caso specifico, esaminando tutti i componenti, io, la nonna e Penny, eravamo l'abito succinto.
Magari desiderato a lungo e di pregiata fattura, non lo mettevo in dubbio, ma pur sempre troppo attillato.
Sospirai e aggiustai il bordo della coperta sui piedi, che si erano scoperti.
Faceva freddo quella sera e il cielo era ingombro di cumulonembi minacciosi e pesanti.
Drizzai le orecchie, per cercare di carpire il suono ovattato dei suoi passi silenziosi, ma era come cercare di sentire il frinire di un grillo tra schiamazzi di trombe.
Non ero più arrabbiata con lui.
Non lo ero mai stata davvero, probabilmente.
Mi ero aspettata ogni singola parola che ci eravamo scagliati contro, come se fosse un piombo che portavamo in tasca da sempre di cui doverci disfare, e quindi non ero sorpresa o ferita.
Erano mesi che mi preparavo.
L'idillio era infranto e le bugie si erano dissolte in volute di fumo denso e schizzi di sangue.
< Sapevo di trovarti qui. > la sua voce mi colse di sorpresa.
Non l'avevo sentito arrivare.
Mi strinsi nelle spalle, senza voltarmi.
< Sapevo che saresti venuto. > risposi con un mezzo sorriso.
< Annie io... > iniziò Jacob, ma io scossi la testa, indicandogli di sedersi accanto a me senza aggiungere altro.
< Stasera la Luna non si vede. Non ne senti la mancanza? > gli chiesi, tenendo il naso all'insù per osservare le venature blu e grigie delle nuvole.
Lui mi passò un braccio dietro la schiena e mi tirò a sè.
Respirai il suo odore, sapendo che era l'ultima volta che lo percepivo così vicino, così intenso, come quando veniva e digrignava i denti, chiudendo gli occhi.
La sua pelle sotto le mie dita era infuocata. Mi lasciai scaldare, rannicchiandomi al suo fianco.
< Sì. Mi manca, Annie... > biascicò a fatica.
Ogni parola un fiotto di sangue rappreso che veniva sputato.
Sapevo che aveva compreso che non mi riferivo al satellite naturale del nostro pianeta.
Quando guardava la Luna, Jacob vedeva Isabella.
Era come un girasole notturno. Si voltava sempre nella sua direzione, come a cercare approvazione.
< Perdonami. > disse poi, accorato.
Strinse le mie spalle con veemenza, cercando di imprimere nel gesto il rammarico che gli esacerbava l'animo.
Sorrisi.
< Va tutto bene, Jake. Sapevo che era una missione suicida... > sobbalzò < ...e che ne sarei uscita con le ossa rotte, ma stai tranquillo: sono forte. Me la caverò. Ho superato di peggio, in fondo, lo sai. >
Gli accarezzai la mano bruna e gliene baciai il palmo, sperando che non si accorgesse di quell'ennesima lacrima ribelle che era sfuggita al mio controllo.
< Non avevo intenzione di ferirti. > gemette, come se l'avermi fatto male, facesse male anche un po' a lui.
< Lo so. Sei proprio un giovanotto! > esclamai, cercando di dar un tono allegra a quella mia voce lugubre.
Nonostante l'atmosfera triste, lo sentii sorridere.
Fortunatamente almeno quello gli era rimasto.
Non avrei sopportato che le verità apprese quel pomeriggio gli strappassero il sorriso dal viso di nuovo.
< Verrò declassato quando Brianna scoprirà cosa ti ho fatto! > cercò di scherzare anche lui, ma era comparso di nuovo quel grigiore nella sua voce, che tanto mi aveva atterrito agli inizi.
< E Penny non ti regalerà più le sue torte di fango. >
Scoppiò a ridere, mentre il suo petto tremava per i singhiozzi repressi.
Si chinò per baciarmi sui capelli e poi si rialzò rigido, improvvisamente all'erta.
Trattenne il fiato in gola e si sporse in avanti col busto, scrutando oltre gli alberi da frutto, più in profondità, nella foresta.
< Jake, cosa c'è? >
Tremò contro di me ed allora mi sollevai e seguii la direzione del suo sguardo.
Nella penombra buia due sagome nere avanzavano mute e imponenti.
I rami, le foglie, le radici e l'erba stessa sembravano farsi da parte al loro passaggio.
Si avvicinarono con deliberata lentezza e fu solo quando una decina di passi ci distanziava che Jacob si alzò di scatto e corse verso di loro.
Una delle due figure massicce gli andò incontro e pensai che lo volesse aggredire, per l'irruenza con cui gli si scagliò addosso.
I loro corpi scultorei cozzarono con un tonfo, mentre si davano sonore pacche sulla schiena, schiamazzando festosi.
< Fratello. > riuscii a carpire tra gli insulti che volarono.
Once upon a time somebody ran,
somebody ran away saying:
Fast as I can I’ve got to go,
Got to go.
  
Restai in disparte, lasciando che Jake riabbracciasse quei fratelli che tanto gli erano mancati in quei mesi che era stato lontano.
Lo sollevarono in aria, lo tempestarono di pugni giocosi e di nuovo lo strinsero tra le braccia possenti.
Sorrisi, asciugandomi il viso, nuovamente bagnato.
Era giunta l'ora degli addii.
Il momento in cui quel sentiero che avevamo condiviso per un po' si diramava in due direzioni opposte.
- Ognuno per la sua strada, Jake. Sii felice, se puoi. -
Lo sentivo ridere di cuore e quella era l'unica ricompensa che volevo in cambio del periodo di serenità che gli avevo donato.
I tre uomini, vestiti d'ombra, tornarono verso di me, ancora accucciata sulla coperta con la schiena sul muro ruvido.
Jacob mi si inginocchiò davanti e mi presentò i suoi due fratelli: Sam e Embry.
Il primo era robusto, con la faccia spigolosa e il cipiglio severo, che contrastava col sorriso gigante che aveva dipinto in viso in quel momento; l'altro era slanciato e asciutto, coi capelli disordinati e gli occhi ridenti più della sua faccia.
Rimasi imbambolata a fissarli, incapace di articolare un suono.
Ma tutti i membri del branco di Jacob possedevano un fisico scolpito e quella bellezza selvaggia?
Perchè, se così fosse stato, mi sarei trasferita volentieri a Forks, con Mon al seguito ovviamente.
Sorrisi e strinsi loro le mani bollenti con la mia solita espressione alla Munch.
Mi alzai in piedi, tirandomi dietro la coperta sporca, e sentii Embry sghignazzare qualcosa tipo: < Ora capisco perchè non volevi tornare! >
Arrossii e sorrisi timida, smuovendo la zolla di terra che avevo davanti con i piedi nudi.
< Devi tornare, Jake. > la voce di Sam era profonda e baritonale.
Inequivocabile.
Perentoria.
Jacob sembrò combattuto.
Mi lanciò un'occhiata veloce e incurvò le spalle.
< Non so se... > attaccò, ma Sam alzò un mano e lo zittì.
< C'è una cosa che devi sapere, prima di decidere. >
Embry, al suo fianco, si agitò inquieto.
Mi sembrò di leggere disaccordo sul suo bel viso pulito.
Forse non condivideva la scelta di comunicare quella notizia a Jake in modo brusco.
Chiusi gli occhi e strinsi la mano di Jacob, attendendo quelle parole che, ne ero certa, gli sarebbero entrate dentro come proiettili.
< Bella non si è sposata, alla fine. >
Once upon a time, we burn bright.
Now all we ever seem to do is fight.
On and on…
And on and on and on…
Le sue dita si sciolsero dalle mie.
Il sangue sgorgò di nuovo.
Sette parole.
Sette proiettili.
Sette fori.
Sette nuove ferite.
Guardai il suo viso cereo e seppi con certezza che gli sforzi che avevo fatto in quei mesi, per restituirgli la calma ed il sorriso, erano stati spazzati via in un secondo.
Nel tempo che impiegò la goccia a cadere dal rubinetto rotto della cucina.
Nel colpo d'ali del corvo sul tetto di casa.
In un sospiro di mia sorella, che dormiva scalciando le coperte.
In un battito di ciglia.
In una pulsazione cardiaca.
Embry serrò le mani a pugno.
Jacob tremò e Sam continuò implacabile, senza abbassare la pistola fumante.
< E' a Jacksonville da sua madre da mesi e... >
Jacob cadde ginocchioni a terra, schiantato.
Embry pose una mano decisa sulla spalla dell'Alfa e gli impedì di continuare senza pietà.
Cosa poteva esserci di peggio?
Fissai in viso il migliore amico di Jake e la sua espressione mi inorridì.
Rabbrividii, mentre la Luna faceva capolino dietro la coltre di nubi e gettava uno sguardo compassionevole verso di noi.
< Devi tornare a casa con noi, fratello. > gli disse Embry, chinandosi per tirare su Jacob.
< No. > lo sentii mormorare, sputando l'ennesimo groppo di sangue.
< Smettila di farti male, Jake. Va' da lei. > non mi accorsi di aver dato fiato alla bocca, finchè non vidi tre paia d'occhi scuri fissarmi sorpresi.
< Non posso, io non... >
Stavolta Embry non riuscì ad intervenire prontamente.
Sam afferrò Jacob per le spalle e lo costrinse a fissarlo.
< E' incinta, cazzo! Sta partorendo! >
E fu come se un fulmine l'avesse colpito in pieno.
Stramazzò e graffiò la terra, gridando di dolore.
Embry fissò truce il capobranco ma non disse un parola.
Mi guardò e abbozzò un sorriso stentato, che non servì affatto a rincuorarmi.
- Adesso puoi vederlo anche tu lo strappo, Jake. Non tentare di ricucirlo, quella brava nei rammendi sono io. Va' da lei, va' da lei. -
Mi chinai accanto a lui e gli presi le mani intrise di sangue e terra.
Jacob mi guardò smarrito, perso, e strinse le dita, riconoscendomi.
< Devi andare. Non vorrai perderti la nascita di tuo figlio, no? > gli sorrisi con dolcezza, accumulando lacrime agli angoli degli occhi, che sapevo avrei versato non appena fosse scomparso.
Quelle parole sembrarono scuoterlo e mettere tutta la vicenda sotto la giusta luce.
Mi abbracciò con foga e mormorò decine di scuse alle mie orecchie, accarezzandomi i capelli.
Me li sporcò di fango e lacrime, ma non me ne curai.
< Spero che troverai qualcuno che ti meriti, Annie, e che sappia renderti felice come io non... >
Gli posi un dito sulle labbra tremanti e lo feci tacere con un bacio casto e dolce.
Un bacio d'addio con retrogusto di consapevolezza e tristezza.

I could’ve been a Princess, you’d be a king,
Could’ve had a castle, and wore a ring…
But no, you let me go.
[Rihanna Ft. Coldplay]
Rimasi a carponi nell'orto finchè non sorse l'alba.
Davanti agli occhi avevo ancora l'immagine di quelle tre figure nere che si allontanavano veloci e che, al limitare della foresta, lasciavano il posto ad altrettanti mastodontici lupi.
Scie di rame, pece e argento fu l'ultima cosa che riuscii a vedere di loro.
Strinsi con forza le mani l'una dentro l'altra, piangendo immobile fino a quando non mi s'intorpidì ogni muscolo del corpo.
Quando il cielo si colorò di rosso, mi alzai a fatica.
Raccattai la coperta, i pezzi del mio cuore e una penna malconcia, con cui scrissi definitivamente la parola "fine" al capitolo della mia vita che aveva avuto Jacob Black come protagonista.

4 commenti:

noemi romagnolo ha detto...

“Mi alzai in piedi, tirandomi dietro la coperta sporca, e sentii Embry sghignazzare qualcosa tipo: < Ora capisco perchè non volevi tornare! “
Ho un sorriso enormemente ebete e tu lo sai. Basta anche solo una frase e ahhhhhhhhhhhhhhhhhhh sospiro innamorato.
Ora passiamo alle cose serie. Questo è il mio capitolo preferito e lo sai , perché ci sono tutte le cose che mi hanno fatto innamorare di questa storia (No stranamente non parlo di Embry). C’è Annie e le sue riflessioni, la sua forza, il suo amore e la sua estrema consapevolezza. C’è Jacob la sua testardaggine, il suo voler cercare di dimenticare senza averlo mai fatto davvero.
C’è qual momento di vita quotidiana, quelle risate di due normali ragazzi che non sanno di star vivendo il loro ultimo momento. Non sarà stata una storia d’amore epica, non sarà quella che racconterai ai nipoti ma sono stati importanti. Tutti e due anno preso qualcosa da quella storia e sono cresciuti. È cresciuto sicuramente di più Jake, è riuscito a vivere una arte di vita che aveva accantonato per troppo tempo. E stato bene nonostante il fantasma di Bella. A volte è riuscito ad essere di nuovo lui.
Ora la vera sfida sarà ritrovare quella felicità con Bella. Scoprire ancora un'altra dimensione , riuscire a perdoare, ritrovarsi dopo essersi persi di nuovo.
E Annie bhe lei dovrà di nuovo raccogliere i suoi pezzi e cercare di andare avanti. ha sempre saputo che quella sarebbe stata una stria senza futuro ma saperlo non può di certo alleviare il dolore.

Nalu ha detto...

Lo sapevo che sarebbe arrivato il momento.....E che avrebbe fatto dannatamente male. Annie mi è entrata nel cuore, a modo suo. Con la sua forza è riuscita a meritarsi tutto il mio rispetto. è una ragazza forte. ed è una ragazza che ha sofferto tanto. Quest'ennesimo colpo l'annienterà x un pò ma si riprenderà, ancora + forte di prima...
Insopportabile è stata la presa di coscienza e il dolore di Jake. Per tanto tempo ha preferito non affrontare la cosa, forse pensando di aver tempo, credendo di poter riflettere sulla cosa molto più in la nel tempo. e invece non è stato possibile. Le emozioni con cui hai fatto manifestare Jake sono state intense e travolgenti.... Il momento dell'addio è stato straziante e doloroso.
Come sempre, il capitolo è stupendo. Punto.
Al prossimo.
Baci, Nalu :D

Anonimo ha detto...

okay, resta calma... ho seguito la tua storia su efp ma poi ho scoperto che l'account era bloccato e ci sono rimasta malissimo... Ci credi che a questo capitolo mi sono sentita male anche io!?!!? :'( All'inizio quello che pensavo di Annie era: "che pizza ecco la terza che deve entrare in scena per dare il via ad un triangolo amoroso" poi però alla fine mi ci sono affezionata tantissimo e ha fatto male anche a me il loro addio... Le parti della canzone poi.. che dire!?!? S-T-U-P-E-N-D-E anche perché questa canzone io la amo e un po' rispecchia la mia situazione, oltre quella di Annie ovviamente.. Sei davvero fantastica, la tua scrittura è coinvolgente e scorrevole potrei leggere capitoli lunghissimi senza mai annoiarmi. Sei mitica, un bacione Broken ;)

Strange ha detto...

Non so chi tu sia, Broken, ma voglio che tu sappia che il tuo commento mi ha toccato.
Non so come tu abbia fatto a trovarmi da Efp ma sono stracontenta che tu ci sia riuscita e continui a seguirmi.
La storia prosegue. Ci sono altri capitoli dopo questo e sto scrivendo proprio ora il seguito -mi ero un po' bloccata-. Spero di non perderti lungo la strada.
Ti mando un grosso bacio.
Strange

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